Spiegare il “giorno della memoria” ai bambini con le poesie

Con le poesie si può spiegare la Shoah ai bambini. Non è u argomento semplice, ma oggi celebriamo il giorno della memoria, in ricordo dei morti nei campi di sterminio nazisti.

Pubblicato da Paola Perria Giovedì 27 gennaio 2011

Spiegare il “giorno della memoria” ai bambini con le poesie

Il 27 gennaio non è una giornata qualunque: è il “giorno della memoria“, in cui il mondo si prende una pausa per ricordare la Shoah, l’Olocausto, la Grande Vergogna del ‘900. Sei milioni di ebrei, ma anche zingari, omosessuali, portatori di handicap, sterminati nei campi di concentramento nazisti. Un episodio terribile nella millenaria storia dell’umanità, che fa ancora inorridire. Anche se qualcuno tenta di negare ciò che accadde tra il 1938 e il 1945, noi abbiamo il dovere e la responsabilità di tramandare il ricordo imperituro di tutti quei morti a causa dell’ideologia distorta, dell’odio, del razzismo, della follia.

In particolare mi rivolgo a genitori e insegnanti, i quali hanno il compito di trasmettere alle nuovissime generazioni (figli, alunni di scuola) la nozione di ciò che avvenne, affinchè non si ripeta più. Non è facile, indubbiamente, affrontare temi così complessi e con implicazioni tanto drammatiche, ma è comunque possibile e necessario. I bambini non possiedono gli strumenti per comprendere fino in fondo la gravità dello sterminio degli ebrei, ma sono sicuramente in grado di comprendere la differenza tra giusto e sbagliato, tra buoni e cattivi.

Inoltre, è importante che comincino, fin dalla prima infanzia, ad essere sensibilizzati nei confronti delle ingiustizie e dei concetti di rispetto dei diritti umani. A tal proposito, anche se non sono un’insegnante, penso che le poesie possano essere benissimo usate per spiegare l’Olocausto, e che anzi, fungano più di tante, troppe parole. Così come utilissimi sono film e documentari. Ecco, di seguito, qualche utile testo. Cominciando, doverosamente, da Primo Levi con “Se questo è un uomo”.

SE QUESTO E’ UN UOMO
Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.

Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.

Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.
(Pirmo Levi)

CENERI
Un giorno torneremo a casa
o forse no,
chi lo sa?
Un giorno penseremo
che tutto è stato un sogno orrendo, tutto
quel che è accaduto laggiù, in quella Auschwitz
dove il camino sputa fumo
di continuo… di continuo

Vedi la colonna di fumo
e l’enorme bagliore?
‘C’è un fuoco?’, domandi
Ma non lo sai?
Stanno bruciando
migliaia, milioni di corpi umani!
Gente arrivata qui in grossi gruppi,
apparentemente ad un porto sicuro
dopo un viaggio lungo e stancante,
qui dove c’è acqua per dissetarsi
e per lavarsi.

Ma c’è anche il gas…
Gas?’, domandi
Ma non lo sai?
È il gas che soffoca asfissia
strangola
La gente non può dire parola
del dolore che prova
Viene subito ridotta al silenzio
e in un attimo
solo una colonna di fumo mostrerà
che qui è stata,
che qui è vissuta
e perita, lasciando soltanto
… CENERI!…
(Autore ignoto, KL Birkenau)

“MUSEO” DI AUSCHWITZ
Capelli morti
che un tempo abbellirono
il capo di giovani donne
ed ora giacciono
dietro vetro trasparente.
Scarpe vecchie
che calzarono i loro piedi
e li condussero qui.
E vecchi occhiali,
denti finti,
alcune stampelle, e
qualche protesi.
(Michael Etkind)

LA VISITA, AUSCHWITZ 1971
Il Dottor Bronowski in piedi negli acquitrini.
È tornato in Polonia e si accovaccia sulle scarpe pesanti,
raccoglie del fango e lo versa da mano a mano.
Qui, dice il Dottor Bronowski, con lo sguardo
che concentra la luce,
stanno le ceneri di quattro milioni di persone.

Osserviamo la melma fina dei nostri genitori
scivolare fra le sue mani.
Ci parla camminando nell’acqua. L’umidità
gli sale nelle scarpe. Nel centro viscido
il cielo è diventato i suoi occhi, la pellicola dello stagno
gli si avviluppa contro, abbracciandogli la carne.
(Lisa Ress)