Rosolia in gravidanza: sintomi, vaccino, rischi e cure

La rosolia nelle donne adulte che aspettano un bambino può essere fonte di stress e di paure, spesso motivate. Contrarre la rosolia può voler dire infatti mettere in pericolo il nascituro. I sintomi di questa malattia sono a volte sottovalutati e portano a diagnosi non precoci. Bastano solo immagini e foto per individuare la tipologia di pustola che caratterizza la malattia?

Pubblicato da Camilla Buffoli Martedì 8 ottobre 2013

Rosolia in gravidanza: sintomi, vaccino, rischi e cure

La gravidanza è un momento delicato, soprattutto nei primi mesi. Uno dei pericoli maggiori, ma spesso sottovalutati, è la rosolia che può mettere in pericolo la salute e la sopravvivenza del piccolo. Ecco perché è importante fare il punto su questa malattia, causata dal virus ad RNA classificato come rubeovirus, capire quali siano i rischi, quali le cure e soprattutto come muoversi se siete ancora in fase pre-concepimento. La rosolia colpisce soprattutto i bambini, come le altre malattie esantematiche, dal morbillo alla varicella. Ecco qualche informazione utile sui sintomi, il vaccino, i rischi e le cure.

Rosolia in gravidanza: i rischi elevati del primo trimestre

La rosolia spesso è asintomatica è questo è il problema più grave, soprattutto in gravidanza. È molto pericolosa quando la mamma contrae la malattia nel primo trimestre perché l’infezione può generare un aborto spontaneo, morte intra-uterina o gravi malformazioni fetali (sindrome della rosolia congenita, Src). Tra le malformazioni, troviamo quelle cardiache, il ritardo mentale, ma anche la sordità, oltre che danni al sistema nervoso, con rischio di ritardo mentale e motorio. Per verificare se la mamma è immune, bisogna fare il rubeotest, da eseguire prima dell’avvio della gravidanza. Di solito è un esame preconcezionale e basta un piccolo prelievo di sangue. Nel caso la donna non abbia fatto la rosolia, si consiglia la vaccinazione prima del concepimento.

La soglia di attenzione deve essere più alta soprattutto nel primo trimestre, perché è proprio nelle prime 11 settimane che il rischio di trasmissione della malattia dalla mamma al feto è più alto e sfiora quota 90%, così come il pericolo che il feto sviluppi delle conseguenze severe, pari al 50%. Più passa il tempo, più i pericoli di danno fetale diminuiscono: il rischio di malattia si abbassa progressivamente, per annullarsi quando il virus è trasmesso dalla madre al feto nel secondo e nel terzo trimestre di gravidanza, dopo le 17-18 settimane di gestazione. Il rischio di trasmissione dopo le 20-25 settimane di gestazione è del 20-25% e aumenta nuovamente verso la fine della gravidanza, ma il rischio di malattia fetale rimane sempre nullo.

I sintomi

Se è vero che l’esordio della malattia è spesso asintomatico, è altrettanto vero che abbiamo detto che nella maggior parte dei casi la rosolia si manifesta con una reazione cutanea. Tra gli altri possibili sintomi rientrano: dolori alla testa, la febbre, i linfonodi ingrossati e l’abbassamento dei globuli bianchi. Un dato positivo c’è: se una donna ha contratto la rosolia in età infantile non deve preoccuparsi: una volta acquisita, infatti, la rosolia dà un’immunizzazione definitiva.

Il vaccino

Per prevenire il contagio ed evitare ogni rischio, l’alleato migliore è il vaccino. Contro la rosolia, infatti, esiste un vaccino efficace, non obbligatorio, ma altamente raccomandato a tutti i nuovi nati e alle giovani donne che non lo hanno ricevute da piccole. Se una donna scopre di non aver sviluppato anticorpi contro la rosolia e sa di non aver effettuato il vaccino in età infantile, dovrebbe richiederlo prima di programmare una gravidanza. Dopo la vaccinazione antirosolia è necessario attendere un mese prima di cercare una gravidanza. Il vaccino morbillo, parotite, rosolia e varicella è celebre per coprire i neonati da queste malattie, ma anche le donne adulte possono vaccinarsi, anche per una singola di queste malattie, come la rosolia. Se avete un bambino che si è sottoposto al vaccino, sappiate che lo eliminerà nell’ambiente per un periodo dai 7 a 28 giorni. Nessun allarmismo di troppo però: non sono mai stati segnalati casi di contagio in seguito alla vaccinazione.

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