Rooming-in: pro e contro di avere il neonato in camera

Il rooming-in significa poter passare insieme al proprio neonato 24 ore su 24. In Italia per alcune strutture è un servizio, per altre una necessità perché non c’è un asilo. Permette di conoscere il bimbo da subito, capire quando ha fame, quando ha bisogno di essere solo cullato.

Pubblicato da Valentina Morosini Domenica 5 luglio 2009

Allattare il proprio bambino non è per tutte una cosa spontanea. Bisogna imparare, trovare la giusta sintonia e, possibilmente, essere aiutati dal personale del reparto di maternità. Dicono che il modo più naturale sia quello di passare molto tempo con il bimbo. Ma come si fa? Gli ospedali hanno i loro tempi.
La soluzione si chiama rooming-in e significa poter passare insieme al proprio neonato 24 ore su 24. In Italia per alcune strutture è un servizio, per altre una necessità perché non c’è un asilo. E’ una situazione un po’ differente rispetto a quello cui siamo abituati nella maggior parte dei casi, ma è davvero molto importante affinché mamma e bimbo possano creare da subito il giusto feeling.

Non si tratta, infatti, solo di contatto fisico, ma di relazionarsi con le prime necessità del bambino. Capire quando ha fame, quando ha bisogno di essere solo cullato e attaccarlo al seno naturalmente. Da un punto di vista fisico, avviene che con il pianto del bambino, aumenta la produzione di prolattina, l’ormone che stimola la produzione di latte. Superate questa fase in ospedale, in un ambiente protetto e controllato tornare a casa sarà più semplice.

Attivare il rooming-in non è facilissimo (parte per quei nosocomi che lo hanno applicato senza neppure saperlo) ci vogliono particolari risorse e in termini economici e in termine di struttura. Se però i policlinici sono dotati di nido (non è la stessa cosa), le mamme possono comunque imparare molto: hanno appuntamento con le infermiere per fare il bagnetto al bimbo, dare loro da mangiare e magari cambiare il pannolino.

Il problema di base è la privacy, soprattutto quando allattare non viene subito spontaneamente. Alcune mamme possono sentirsi sottopressione e hanno bisogno di rilassarsi, da sole, spiega Io e il mio bambino. La stanza lo permette, crea un’atmosfera più intima. Il rooming-in è però molto più impegnativo. Dopo il parto, il fisico è debilitato e avere il neonato in camera può voler dire non dormire, sentirsi più stressate e non riprendersi fisicamente.

Il nido, invece, è un luogo sicuro e sorvegliato che però ad alcune madri fa sentire troppo il distacco col bambino. In qualche modo ostacola (anzi, meglio dire rinvia) la creazione del rapporto (il famoso boding) e una volta rientrati a casa non è facile. Ci si trova da sole e le paure aumentano. Lo dico soprattutto a quelle donne che non hanno la mamma o la suocera vicina e non c’è miglior consulto che quello con una persona di fiducia, la persona che ti ha cresciuta. In più i nidi, seppur dell’ospedale, hanno il difetto di tutti i nidi: i bimbi si passano le infezioni.

Foto tratte da
panorama.it/