Poesie di Natale: Le ciaramelle di Giovanni Pascoli

Splendida poesia natalizia da leggere ai bambini durante le feste. Un viaggio meraviglioso per riscoprire le usanze di un tempo che stanno scomparendo

Pubblicato da Anita Borriello Martedì 19 novembre 2019

Le Ciaramelle

Le ciaramelle di Giovanni Pascoli, è una delle più belle poesie di Natale che siano mai state scritte. È un viaggio nell’infanzia del poeta, quando a metà dicembre, gli zampognari arrivavano nei centri urbani per annunciare il Natale con i loro strumenti. Oggi sono delle figure che stanno scomparendo: nelle grandi città si vedono pochissimo e nei piccoli paesi di provincia sono sempre più rari. Eppure, il suono delle ciaramelle è un suono dolce e inequivocabile e non c’è bimbo al quale non brillino gli occhi davanti a una cornamusa.

Non tutti conoscono questa poesia che assomiglia molto di più a una filastrocca per la sua incantevole musicalità. Un suono da organo dei poveri, che Pascoli definisce con termini quanto mai felici: “suono di chiesa, suono di chiostro, suono di casa, suono di culla […]”.

Il testo è semplice ed è perfetto da leggere anche ai bambini durante il periodo natalizio. Magari, potreste approfittarne per raccontare loro degli zampognari che, un tempo, con la loro musica, annunciavano l’arrivo del Natale.

Le ciaramelle

Udii tra il sonno le ciaramelle,
ho udito un suono di ninne nanne.
Ci sono in cielo tutte le stelle,
ci sono i lumi nelle capanne.

Sono venute dai monti oscuri
le ciaramelle senza dir niente;
hanno destata ne’ suoi tuguri
tutta la buona povera gente.

Ognuno è sorto dal suo giaciglio;
accende il lume sotto la trave;
sanno quei lumi d’ombra e sbadiglio,
di cauti passi, di voce grave.

Le pie lucerne brillano intorno,
là nella casa, qua su la siepe:
sembra la terra, prima di giorno,
un piccoletto grande presepe.

Nel cielo azzurro tutte le stelle
paion restare come in attesa;
ed ecco alzare le ciaramelle
il loro dolce suono di chiesa;

suono di chiesa, suono di chiostro,
suono di casa, suono di culla,
suono di mamma, suono del nostro
dolce e passato pianger di nulla.

O ciaramelle degli anni primi,
d’avanti il giorno, d’avanti il vero,
or che le stelle son là sublimi,
conscie del nostro breve mistero;

che non ancora si pensa al pane,
che non ancora s’accende il fuoco;
prima del grido delle campane
fateci dunque piangere un poco.

Non più di nulla, sì di qualcosa,
di tante cose! Ma il cuor lo vuole,
quel pianto grande che poi riposa,
quel gran dolore che poi non duole;

sopra le nuove pene sue vere
vuol quei singulti senza ragione:
sul suo martòro, sul suo piacere,
vuol quelle antiche lagrime buone!