Poesie di Natale: Le ciaramelle di Giovanni Pascoli

Cosa sono le ciaramelle? ma le zampogne. Un suono da "organo dei poveri", che Pascoli definisce con termini quanto mai felici: "suono di chiesa, suono di chiostro, suono di casa, suono di culla...". Leggete questa poesia con i vostri bambini e magari aiutateli a studiarla.

Pubblicato da Valentina Morosini Giovedì 17 dicembre 2009

Poesie di Natale: Le ciaramelle di Giovanni Pascoli

Non tutti conoscono questa bella poesia di Giovanni Pascoli. Le ciaramelle è un viaggio nell’infanzia del poeta, quando a metà dicembre, gli zampognari arrivavo nei centri urbani per “annunciare” il Natale. E’ un testo abbastanza semplice, ormai diventato molto natalizio. Oggi sono delle figure che stanno scomparendo: nelle grandi città si vedono pochissimo e nei piccoli paesi di provincia sono sempre più rari. Eppure il suono delle ciaramelle è un suono dolce e inequivocabile e non c’è bimbo cui non brillano gli occhi davanti a una cornamusa.
Un suono da “organo dei poveri”, che Pascoli definisce con termini quanto mai felici: “suono di chiesa, suono di chiostro, suono di casa, suono di culla…”. Leggete questa poesia con i vostri bambini e magari aiutateli a studiarla.

Le ciaramelle

Udii tra il sonno le ciaramelle,
ho udito un suono di ninne nanne.
Ci sono in cielo tutte le stelle,
ci sono i lumi nelle capanne.

Sono venute dai monti oscuri
le ciaramelle senza dir niente;
hanno destata ne’ suoi tuguri
tutta la buona povera gente.

Ognuno è sorto dal suo giaciglio;
accende il lume sotto la trave;
sanno quei lumi d’ombra e sbadiglio,
di cauti passi, di voce grave.

Le pie lucerne brillano intorno,
là nella casa, qua su la siepe:
sembra la terra, prima di giorno,
un piccoletto grande presepe.

Nel cielo azzurro tutte le stelle
paion restare come in attesa;
ed ecco alzare le ciaramelle
il loro dolce suono di chiesa;

suono di chiesa, suono di chiostro,
suono di casa, suono di culla,
suono di mamma, suono del nostro
dolce e passato pianger di nulla.

O ciaramelle degli anni primi,
d’avanti il giorno, d’avanti il vero,
or che le stelle son là sublimi,
conscie del nostro breve mistero;

che non ancora si pensa al pane,
che non ancora s’accende il fuoco;
prima del grido delle campane
fateci dunque piangere un poco.

Non più di nulla, sì di qualcosa,
di tante cose! Ma il cuor lo vuole,
quel pianto grande che poi riposa,
quel gran dolore che poi non duole;

sopra le nuove pene sue vere
vuol quei singulti senza ragione:
sul suo martòro, sul suo piacere,
vuol quelle antiche lagrime buone!