Le filastrocche di Heinrich Hoffmann più famose per i vostri bambini

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    Le filastrocche di Heinrich Hoffmann più famose per i vostri bambini

    Forse non tutti le conoscono ma oggi vi voglia presentare le filastrocche di Heinrich Hoffmann, uno psicologo del 1800 che inventava storielle e brevi poesie per i suoi piccoli pazienti. Come potrete notare dai testi, tutte le filastrocche che vi proponiamo hanno un intento pedagogico e, tramite esperienze reali e storie vissute, vogliono dare degli insegnamenti ai più piccoli.

    Di sala in sala Paolinetta

    Gira e rigira, sola soletta.

    Di casa uscendo la sua mammina

    Disse: “Ricordati di star buonina”.

    Ma se non teme d’esser sgridata

    Grida, fa il chiasso quella sventata.

    Ecco essa vede sul tavolino

    De’ zolfanelli lo scatolino.

    “Oh, che grazioso bel giocherello!

    Io voglio accender lo zolfanello.

    La mamma accenderlo veduto ho spesso,

    Io vo’ ripetere quel gioco istesso!”.

    E Minz e Maunz, i due gattini

    Alzano al cielo i lor zampini.

    Gridano: “Il babbo questo non vuole

    Più non rammenti le sue parole?

    Miao, miao, miao.

    Suvvia finiscila con questo gioco

    Che c’è pericolo di prender foco!”.

    Ai due gattini Paolinetta

    Intenta al gioco non può dar retta.

    Ecco la fiamma s’accende e brilla,

    crepita il legno, scoppia, scintilla.

    Tutta contenta la pazzerella

    Agita il foco, ride, saltella.

    E Minz e Maunz, i due gattini

    Gidan: “La mamma questo non vuole,

    più non rammenti le sue parole?

    Miao, miao, miao.

    Suvvia finiscila con questo gioco

    Che c’è pericolo di prender foco”.

    Ahimè la fiamma la bimba investe

    Ardon le treccie, arde la veste.

    Corre la misera di loco in loco

    Non c’è più scampo, è tutta un fuoco.

    E Minz e Maunz inorriditi

    Mandano acuti urli infiniti.

    Miao, miao, miao,

    “Qui, qui venite, venite in fretta,

    muore bruciata Paolinetta!”.

    Brucia in un soffio, sfuma in un punto

    Veste e persona, tutto è consunto.

    Un po’ di cenere e due scarpini

    Cara memoria dei suoi piedini.

    E’ quel che resta! Non c’è più nulla

    Di quell’indocile, vispa fanciulla.

    E Minz e Maunz, i due gattini

    Tergon le lacrime coi lor zampini.

    Miao, miao, miao,

    “Ahi! babbo e mamma, ahi! dove siete?

    Ahi, vostra figlia più non vedrete!”.

    Come un ruscello che irriga i prati

    Scorron le lagrime dei desolati.

    “Ma vuoi proprio ch’io perda la speranza

    Di vederti tranquillo or che si pranza? “

    Dice a Filippo il padre corrucciato,

    A Filippo nel mal sempre ostinato.

    La mamma intanto gira l’occhialetto

    A guardar le vivande sul deschetto.

    Ma quel fanciullo non si dà pensiero

    Del rimbrotto severo,

    E scalpita e tempesta,

    Grida, saltella, pesta

    I pugni sulla tavola, si dondola

    Sovra il sedile e ciondola

    Prendendo la tovaglia. “Oh, che stordito,

    Gli dice il babbo, a lui puntando il dito,

    Non dubitare che sarai punito!”

    Ma al babbo non dà ascolto,

    E la tovaglia tira,

    E ad oscillar s’ostina,

    Imprevidente e stolto.

    Ecco cade la sedia e capovolto

    Sen va Filippo. Oh, che spavento, oh, mira

    Che orribile rovina!

    Filippo, nel cader, con sè trascina

    La tovaglia coi piatti, le stoviglie,

    Le salse, le vivande, le bottiglie.

    Egli giace piangendo

    Sotto la mole del disastro orrendo,

    Che contempla, girando l’occhialetto,

    La mamma cui il cor si schianta in petto!

    Ohimè, che al suol caduto,

    Tutto il pranzo è perduto!

    Ahi, son spezzati i piatti,

    E alla mensa dei gatti

    I bocconcin squisiti

    Or saranno imbanditi.

    Si guardano l’un l’altro i genitori,

    In quel fiero frangente,

    Ma non dicono niente:

    Troppo cruccia i lor cuori

    Il pensiero del figlio sciagurato

    Che li condanna a un digiunar forzato.