Gravidanza: la placenta ne determina la durata

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    Gravidanza: la placenta ne determina la durata

    La durata della gravidanza umana dipende dalla placenta. Ne sono convinti i ricercatori della Durham University, Gran Bretagna, i quali hanno effettuato studi incrociati sulle gestazioni di alcuni animali confrontate con la gravidanza negli esseri umani. In soldoni, quello che è emerso è che a determinare la velocità dell’accrescimento nel feto , è il numero di vasi di collegamento tra la placenta e l’utero materno. Ma spieghiamo dal punto di vista anatomico. La placenta è una sorta di sacco che avvolge l’embrione fin dalle sue prime settimane di sviluppo e si modella sull’accrescimento del feto.

    Essa costituisce una guaina tra madre e figlio e lo “scambio” avviene attraverso i vasi sanguigni che sono bidirezionali, diciamo così, perchè troviamo da un lato in vasi fetali (diretti verso l’esterno), dall’altro quelli materni (verso l’interno). Dato per acquisito questo, i ricercatori britannici hanno scoperto che quanti più collegamenti esistono tra madre e feto attraverso la placenta, tanto più rapido sarà lo sviluppo del bebè e quindi inferiore la durata della gestazione.

    A differenza che in mammiferi come ad esempio il cane, ci informano gli studiosi, la placenta umana produce un limitato numero di collegamenti, ed ecco spiegato perchè, in media, la gravidanza di una donna si protragga per nove mesi e non per due. Tuttavia, evidentemente, piccole differenze esistono anche tra donna e donna, e quindi anche la durata di una gestazione comunque normale è suscettibile di variazioni.

    “Questo studio - spiega la dott.ssa Isabella Cappellini, del team di ricercatori della Durham University – dimostra che non è necessariamente il contatto con il sangue materno che determina la velocità di crescita (perchè porta più velocemente le sostanze nutritive), ma la misura in cui i tessuti della madre e del bambino sono a contatto tra di loro”. Tutti i risultati di questa interessante ricerca sono stati pubblicati sulla rivista American Naturalist.