Spiegare il “giorno della memoria” ai bambini con le poesie

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    Giorno della memoria

    Il 27 gennaio non è una giornata qualunque: è il “giorno della memoria“, in cui il mondo si prende una pausa per ricordare la Shoah, l’Olocausto, la Grande Vergogna del ’900. Sei milioni di ebrei, ma anche zingari, omosessuali, portatori di handicap, sterminati nei campi di concentramento nazisti. Un episodio terribile nella millenaria storia dell’umanità, che fa ancora inorridire. Anche se qualcuno tenta di negare ciò che accadde tra il 1938 e il 1945, noi abbiamo il dovere e la responsabilità di tramandare il ricordo imperituro di tutti quei morti a causa dell’ideologia distorta, dell’odio, del razzismo, della follia.

    In particolare mi rivolgo a genitori e insegnanti, i quali hanno il compito di trasmettere alle nuovissime generazioni (figli, alunni di scuola) la nozione di ciò che avvenne, affinchè non si ripeta più. Non è facile, indubbiamente, affrontare temi così complessi e con implicazioni tanto drammatiche, ma è comunque possibile e necessario. I bambini non possiedono gli strumenti per comprendere fino in fondo la gravità dello sterminio degli ebrei, ma sono sicuramente in grado di comprendere la differenza tra giusto e sbagliato, tra buoni e cattivi.

    Inoltre, è importante che comincino, fin dalla prima infanzia, ad essere sensibilizzati nei confronti delle ingiustizie e dei concetti di rispetto dei diritti umani. A tal proposito, anche se non sono un’insegnante, penso che le poesie possano essere benissimo usate per spiegare l’Olocausto, e che anzi, fungano più di tante, troppe parole. Così come utilissimi sono film e documentari. Ecco, di seguito, qualche utile testo. Cominciando, doverosamente, da Primo Levi con “Se questo è un uomo”.

    SE QUESTO E’ UN UOMO

    Voi che vivete sicuri

    Nelle vostre tiepide case,

    voi che trovate tornando a sera

    Il cibo caldo e visi amici:

    Considerate se questo è un uomo

    Che lavora nel fango

    Che non conosce pace

    Che lotta per mezzo pane

    Che muore per un sì o per un no.

    Considerate se questa è una donna,

    Senza capelli e senza nome

    Senza più forza di ricordare

    Vuoti gli occhi e freddo il grembo

    Come una rana d’inverno.

    Meditate che questo è stato:

    Vi comando queste parole.

    Scolpitele nel vostro cuore

    Stando in casa andando per via,

    Coricandovi alzandovi;

    Ripetetele ai vostri figli.

    O vi si sfaccia la casa,

    La malattia vi impedisca,

    I vostri nati torcano il viso da voi.

    (Pirmo Levi)

    CENERI

    Un giorno torneremo a casa

    o forse no,

    chi lo sa?

    Un giorno penseremo

    che tutto è stato un sogno orrendo, tutto

    quel che è accaduto laggiù, in quella Auschwitz

    dove il camino sputa fumo

    di continuo… di continuo

    Vedi la colonna di fumo

    e l’enorme bagliore?

    ‘C’è un fuoco?’, domandi

    Ma non lo sai?

    Stanno bruciando

    migliaia, milioni di corpi umani!

    Gente arrivata qui in grossi gruppi,

    apparentemente ad un porto sicuro

    dopo un viaggio lungo e stancante,

    qui dove c’è acqua per dissetarsi

    e per lavarsi.

    Ma c’è anche il gas…

    Gas?’, domandi

    Ma non lo sai?

    È il gas che soffoca asfissia

    strangola

    La gente non può dire parola

    del dolore che prova

    Viene subito ridotta al silenzio

    e in un attimo

    solo una colonna di fumo mostrerà

    che qui è stata,

    che qui è vissuta

    e perita, lasciando soltanto

    … CENERI!…

    (Autore ignoto, KL Birkenau)

    “MUSEO” DI AUSCHWITZ

    Capelli morti

    che un tempo abbellirono

    il capo di giovani donne

    ed ora giacciono

    dietro vetro trasparente.

    Scarpe vecchie

    che calzarono i loro piedi

    e li condussero qui.

    E vecchi occhiali,

    denti finti,

    alcune stampelle, e

    qualche protesi.

    (Michael Etkind)

    LA VISITA, AUSCHWITZ 1971

    Il Dottor Bronowski in piedi negli acquitrini.

    È tornato in Polonia e si accovaccia sulle scarpe pesanti,

    raccoglie del fango e lo versa da mano a mano.

    Qui, dice il Dottor Bronowski, con lo sguardo

    che concentra la luce,

    stanno le ceneri di quattro milioni di persone.

    Osserviamo la melma fina dei nostri genitori

    scivolare fra le sue mani.

    Ci parla camminando nell’acqua. L’umidità

    gli sale nelle scarpe. Nel centro viscido

    il cielo è diventato i suoi occhi, la pellicola dello stagno

    gli si avviluppa contro, abbracciandogli la carne.

    (Lisa Ress)