Parto, come scegliere l’ospedale: la classifica delle strutture migliori

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    Parto ospedale

    Il momento del parto, oltre ad essere la naturale tappa conclusiva della gravidanza, è anche quello che dal punto di vista psicologico spaventa maggiormente le mamme. Spesso non si tratta solo di paure generiche, quasi ancestrali, ma di ansia legata all’assistenza ospedaliera. Timore di non potersi avvalere dell’analgesia epidurale, di non poter decidere il tipo di nascita, di non essere seguite in modo professionale durante il travaglio, di dover subire un cesareo non necessario e via discorrendo. Proprio per fare il punto sul percorso nascita in Italia, e come si differenzi la qualità del servizio sanitario erogato alle donne in gravidanza a durante la degenza ospedaliera nei vari ospedali, il Tribunale dei Diritti del Malato-Cittadinanzattiva ha condotto una propria ricerca i cui risultati sono stati presentati in un report in questi giorni.

    Le strutture monitorate sono state 51 (dislocate in tutto il territorio italiano e divise in grandi, medie e piccole) e l’indagine è stata condotta secondo due direttive: da un lato si è cercato di vedere in quali strutture fossero erogate le migliori prestazioni durante la gravidanza (visite, esami di screening e di diagnosi prenatale, e relativi tempi di attesa), e dall’altra servizi proposti e assistenza durante il parto e degenza ospedaliera. Vediamo, perciò, dove è meglio far nascere i propri bambini.

    Parto in analgesia e consenso informato

    Il parto in analgesia (con iniezione epidurale), è erogato nel 72% delle strutture monitorate, ma solo gli ospedali più grandi, quelli con più di 2500 parti all’anno sono in grado di garantire effettivamente questo particolare servizio h24. La guida per il consenso informato è presente nell’86% delle strutture che consentono il parto in analgesia, ma solo in quelle con oltre 2500 nascite sono previsti moduli multilingue per le mamme extracomunitarie. Dai 1000 parti in giù, il consenso informato è possibile, perciò, solo per le italiane.

    Rooming-in e allattamento al seno

    L’84% delle strutture sanitarie considerate è dotata di rooming in, che consente alla mamma di avere il proprio bebè in culla nella stessa stanza, con la totalità di quelle che contano oltre 2500 parti l’anno. Le strutture più piccole (meno di 500 parti l’anno), ne sono dotate per l’81%. Per quanto riguarda l’allattamento al seno, sono soprattutto gli ospedali più grandi che forniscono una completa assistenza (anche dal punto di vista informativo e di sostegno) affinché la mamma prolunghi le poppate oltre i sei mesi del suo bebè, come consigliato dai pediatri. Ma nonostante tutte le direttive mediche spingano in questa direzione, la percentuale di neomamme che continui a nutrire esclusivamente al seno il neonato dopo i sei mesi è pari solo al 37%. Molto spesso, a causa proprio di un gap informativo.

    Test e screening neonatali

    Per quanto riguarda gli screening neonatali, i dati cambiano a seconda delle regioni, della sensibilità delle strutture e del tipo di test. Ad esempio, il test del riflesso rosso (necessario per individuare deficit o malattie della vista del neonato) viene eseguito in meno della metà nelle strutture con più di 2500 parti l’anno, mentre in quelle piccole (500 parti l’anno), si esegue nel 60% dei casi. Va meglio con il test audiologico, eseguito nel 74% dei casi, e praticamente sempre nelle strutture più grandi. Terminiamo con gli screening metabolici. Quelli obbligatori per legge (fenilchetonuria, fibrosi cistica, ipotiroidismo congenito), vengono eseguiti nel 96% dei punti nascita, mentre quelli “allargati”, dipendono dalle direttive regionali. Ad esempio, i punti nascita di Liguria, Toscana, Umbria, Sardegna e la P.A. di Trento li eseguono. In conclusione, cosa si può consigliare alle mamme?

    Conclusioni

    In definitiva, e come del resto era facilmente intuibile, le strutture ospedaliere in cui nascono più di 2500 bambini all’anno sono anche quelle che offrono maggiore attenzione alla libertà di scelta delle mamme, sia per quanto riguarda le prestazioni assistenziali e i servizi informativi offerti, che per quanto riguarda l’analgesia epidurale. “E’ necessario un ulteriore sforzo per garantire un servizio qualitativamente migliore che offra più attenzione alla persona, specie in quei punti nascita che effettuano tra i 1000 ed i 2500 parti l’anno.

    Maggiore impegno si richiede, infatti, per queste strutture che dovranno accogliere un bacino di utenza sempre più ampio nel tempo quando, gradualmente, verranno chiusi e riconvertiti i punti nascita con numero di parti all’anno inferiori ai 1000, come contempla il Piano di Riordino sui punti nascita. Il rooming-in e l’allattamento al seno dovrebbero oramai essere garantiti da tutte le strutture, poiché è passato molto più di un decennio dal varo delle linee guida dell’Unicef”, conclude Giuseppe Scaramuzza, coordinatore nazionale del Tribunale per i diritti del malato di Cittadinanzattiva.