Maternità negata: le tolgono la figlia neonata perchè povera

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    Neonato incubatrice

    Un caso che lascia sgomenti e amareggiati: una giovane madre a cui viene letteralmente strappata dalla braccia la figlia neonata, perchè indigente. La vicenda si è svolta a Trento e risale a quest’inverno, quando una ragazza di poco più di vent’anni ha dato alla luce una bambina e se l’è vista sottrarre dopo poche ore dal parto dai servizi sociali, gli stessi che sarebbero preposti a garantire il diritto inalienabile di un figlio ad essere amato e cresciuto dalla propria mamma. La giustificazione di quello che è stato definito un “rapimento di Stato”? La povertà.

    La neo mamma, infatti, appena separata dal marito tunisino, da cui ha avuto anche un altro figlio, guadagna “appena” 500 euro al mese, troppo poco, evidentemente, per tirare su un bimbo. Cadono le braccia e si stringe il cuore, a leggere di certe “sentenze” che si abbattono senza pietà sempre e solo sui più deboli e fragili. Anche questa ragazza, di cui non sono state riferite le generalità, era stata giudicata troppo fragile per poter far fronte alle sue responsabilità di madre, troppo instabile psicologicamente. Le era stato addirittura consigliato un aborto, possibilità subito scartata dalla giovane.

    Ma l’aspetto più agghiacciante di questo triste caso di cronaca, è la rapidità con cui il tutto si è svolto. Ricapitolando, la donna ha partorito la sua bimba a gennaio, non ha più potuto tenerla tra le braccia neppure per allattarla almeno una volta ma, nonostante ciò, ha scelto di non arrendersi. Si è affidata ad un legale per riavere la custodia della piccola e, nell’estate, una prima perizia del Tribunale dei minori di Trento sembrava poterle dare ragione, ipotizzando un “periodo di prova” per madre e figlia.

    Una speranza di ricongiungimento disattesa nel modo peggiore, a distanza di appena nove mesi dalla nascita, infatti, la neonata è stata giudicata “adottabile” con effetto immediato. Nel frattempo che venga individuata la nuova famiglia disposta ad accoglierla, la piccola verrà tenuta in “strutture” non meglio identificate. Immaginiamo la disperazione della mamma. Fa specie come in Italia, la nazione che in cui la lentezza della burocrazia è proverbiale, con una faciloneria che indigna, si è deciso per la vita di due persone, senza tener conto minimamente di possibili alternative, senza dubbio migliori.

    L’avvocato della donna, Mariastella Paiar, si dice sbigottita dalla sentenza, considerato che la sua assistita era stata giudicata, dal perito dello stesso Tribunale dei minori soggetta a “futuri spazi di crescita”. Vale a dire che, con un po’ di aiuto e di sostegno, avrebbe potuto accudire sua figlia esattamente come qualunque altra madre. Ci auguriamo caldamente che il Tribunale torni indietro sui suoi passi, anche se la cosa sarà difficile.