Mamme severe: uno studio le boccia e promuove quelle permissive

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    Le mamme troppo severe fanno il bene dei figli? Secondo un recente studio pare proprio di no, anzi forse è vero tutto il contrario. Il professor Bryan Caplan in un nuovo libro che ha suscitato molte polemiche, sottolinea come “il talento e l’immaginazione non si possono insegnare, i figli vanno lasciati liberi di fare le scelte che desiderano, senza costringerli a una faticosa routine di sport, lezioni di danza e pianoforte, niente giochi e passatempi”. Lasciarli liberi di esprimersi e di decidere della loro giornata sarebbe il modo migliore per far crescere figli felici e davvero maturi.

    Se qualche tempo fa fece discutere il libro “Inno di battaglia della madre-tigre”, il manuale di Amy Chua, che suggeriva alle madri occidentali la disciplina tipica delle culture orientali anche nell’allevamento dei figli, ora la situazione pare essersi decisamente ribaltata.

    Arriva però a ribaltare queste testi il libro: “Selfish reasons to have more kids: why being a great parent is less work and more fun than you think” (ovvero Ragioni egoistiche per fare più figli: perché essere un bravo genitore è meno faticoso e più divertente di quanto si pensi), in cui Bryan Caplan, psicologo ed economista della George Mason University: in pratica, secondo lo studioso l’educazione non conta quasi nulla e nella crescita ogni individuo fa scelte personali che nulla hanno a che fare con gli insegnamenti dei genitori.

    “Sono molto più influenti i loro geni e le loro scelte autonome”, dice Caplan. “Per cui, se siete una persona a cui piacciono i bambini, fate figli e cercate di godervi l’esperienza”.

    Cosa fare dunque per crescere i figli secondo la sua filosofia: semplicemente lasciarli liberi e non obbligarli a fare mille attività, non vietargli di vedere la TV e concedere anche spesso e volentieri pizza e gelato, i loro cibi preferiti.

    “È un approccio più rilassato e più giusto”, commenta sull’Observer di Londra la dottoressa Ellie Lee, psicoterapeuta infantile della Kent University, “l’idea che il futuro dei nostri figli dipenda esclusivamente dall’intensità con cui facciamo i genitori è fuorviante”.