Lavorare in gravidanza danneggia il feto? Lo sostiene uno studio

da , il

    Lavorare gravidanza danni feto

    Lavorare in gravidanza danneggia il feto? E’ il quesito che si sono posti alcuni scienziati inglesi che hanno condotto uno studio proprio per vedere gli effetti della fatica fisica e mentale che il seguire un’attività professionale comporta, sullo sviluppo del bambino nel grembo materno. Sembra proprio, come vedremo meglio più avanti, che continuare a lavorare anche nell’ultima fase della gestazione, in particolare negli ultimi due mesi, non sia affatto una buona cosa per la salute del feto. La questione è di quelle cruciali, infatti non tutte le mamme lavoratrici sono tutelate dalla legge durante la gravidanza. In Italia la normativa sul congedo di maternità prevede che la donna interrompa le sue prestazioni lavorative per cinque mesi, i due precedenti il parto, e i tre seguenti.

    Questo vale sia per le dipendenti del servizio pubblico che le lavoratrici in aziende private. Tuttavia, soprattutto le donne che svolgano attività indipendente o a gestione familiare, se la gravidanza glielo permette (ovvero, se non è a rischio), difficilmente interrompono completamente le loro mansioni anche se stanno per partorire. E con le faccende domestiche come la mettiamo? Si intendono anche quelle come “lavoro”? In genere il problema legato allo sforzo lavorativo sulla gestante erano piuttosto incentrati sul pericolo che quest’ultima, affaticandosi troppo, finisse per procurarsi un parto prematuro, oppure che arrivasse al momento di far nascere suo figlio fisicamente debilitata. Ma ora, questo nuovo studio inglese punta l’obiettivo piuttosto sulle conseguenze che un eccesso di lavoro ha sul feto, e sul suo accrescimento. Vediamo meglio.

    Lavorare in gravidanza e conseguenze sul feto, lo studio

    I ricercatori dell’Università dell’Essex (GB), coordinati da Marco Francesconi, Emilia Del Bono e John Ermish, hanno effettuato una ricerca, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista Journal of Labour Economy, analizzando i dati di tre precedenti studi sanitari sia nazionali che internazionali, rispettivamente il British Household Panel Survey, il Millennium Cohort Study e il US National Survey of Family Growth. In tutto, le mamme considerate come campione in questi tre studi sono state 30mila, con gravidanze portate aventi tra il 1970 e il 2005. Da questa vasta mole di dati, è emerso che i bambini nati da mamme lavoratrici, che abbiano cioè continuato a svolgere la propria professione anche dopo l’ottavo mese, avevano un peso alla nascita inferiore alla media. Peraltro, tanto per farci un’idea, questi neonati erano più piccoli di circa 230 grammi rispetto agli altri, proprio come i figli della mamme fumatrici.

    Bebè più piccoli per le mamme lavoratrici

    Gli effetti negativi del lavoro materno sullo sviluppo del feto secondo lo studio inglese variano sia in base all’attività svolta (se ti tipo più mentale o fisico), che in base all’età della donna. Una mamma “attempata” e lavoratrice rischia molto di più di dare alla luce un bebè piccolo. Con tutte le conseguenze che il basso peso alla nascita comporta. “Sappiamo che un basso peso alla nascita è un predittore di molti avvenimenti che accadono in seguito, come anche minori probabilità di completare con successo la scuola, ottenere salari più bassi e una maggiore mortalità – ha spiegato il dott. Francesconi - Abbiamo bisogno di pensare seriamente al congedo parentale, perché (come questo studio suggerisce) i possibili benefici del congedarsi in modo flessibile prima della nascita potrebbero essere molto alti”. Sicuramente uno studio di cui tenere conto.