L’induzione al parto riduce i rischi di mortalità neonatale

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    Dover ricorrere all’induzione al parto è in genere un’eventualità che spaventa non poco le future mamme. Si rende necessaria quanto la gestazione sia giunta al suo termine naturale (40ma settimana), ma il bimbo non ne voglia proprio sapere di venire al mondo. Si tratta di casi abbastanza frequenti, e allora si sente dire che il bambino è un po’ “pigro”, e che sta talmente bene al calduccio del ventre materno, da non sentire l’urgenza di uscire alla luce del sole. Tuttavia, dopo circa una settimana/10 giorni di tolleranza, i medici preferiscono far partorire la donna, e se le contrazioni non si presentano naturalmente, allora si procede all’induzione.

    Ebbene, sappiate che per quanto fastidioso questo possa essere per la madre, in realtà proprio il parto indotto è quello che presenta minori rischi di morte neonatale e inoltre evita il ricorso al cesareo. Almeno stando ai risultati di uno studio australo-scozzese, vediamolo.

    Parto indotto e mortalità neonatale, lo studio

    La ricerca sul parto indotto è stata condotta dai ricercatori delle Università di Edinburgh (Scozia) e Western Australia e pubblicata sulla rivista British Medical Journal. Analizzando i dati di 1 milione e 200mila donne scozzesi che hanno messo al mondo i loro bimbi (tutte gravidanze singole) oltre la 37ma settimana di gestazione tra il 1981 e il 2007, gli scienziati hanno scoperto che nei casi in cui si sia praticata l’induzione al parto, il rischio di mortalità neonatale si riduceva oltre le aspettative.

    Specialmente positivi i dati sul travaglio indotto tra la 37ma e 41ma settimana, infatti le donne che avevano partorito alla 40ma settimana in questo modo, avevano visto una percentuale di decessi perinatali pari allo 0,08% dei casi, contro lo 0,18% dei parti spontanei. Il tutto evitando il ricorso al taglio cesareo. Ma esattamente quando si ritiene necessario ricorrere al parto indotto?

    Parto indotto, quando e perché si rende necessario

    Il ricorso all’induzione avviene nei casi in cui il bambino non voglia nascere, nonostante si sia superato il termine naturale della gravidanza, ma anche in altri casi. Ad esempio, se la madre soffre di diabete gestazionale, o di ipertensione gravidica, se il liquido amniotico è troppo poco o se il feto è troppo grande (macrosomia fetale). L’induzione può a sua volta avvenire in diversi modi, sia farmacologici che non, oppure entrambi.

    Nel primo caso, alla madre vengono iniettati gli ormoni del parto, l’ossitocina o le prostaglandine, scelte a seconda del singolo caso. Per quanto riguarda le manovre non farmacologiche, in genere si procede con lo scollamento o la rottura (amniorexi), delle membrane. Se indotto al momento giusto, il parto procede poi nel migliore dei modi, e sicuramente è molto meglio che dover invece ricorrere al cesareo, che in quanto intervento chirurgico presenta sempre e comunque qualche rischio in più e rende il recupero della madre più lento e difficoltoso.