Il parto in casa è rischioso solo per il primo figlio, lo afferma studio inglese

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    Il parto in casa è di solito caldamente sconsigliato alle donne in dolce attesa, quando si arriva al momento di valutare con il proprio ginecologo le opzioni possibili. Naturalmente niente garantisce (o dovrebbe garantire) più sicurezza per mamma e bambino dell’assistenza ospedaliere, ma non per questo la possibilità di far nascere il proprio figlio tra le rassicuranti mura domestiche andrebbe scartata a priori, specialmente se la gravidanza non è considerata a rischio. Troppi pregiudizi da parte dei medici? Forse sì.

    Secondo un recente studio britannico pubblicato sulla rivista British Medical Journal e che ha coinvolto 65mila mamme inglesi che erano reduci da una gestazione perfettamente nella norma, una minima percentuale di rischio esiste solo per le primipare, ovvero per quelle donne che danno alla luce il loro primo figlio. Un rischio per il neonato, badate bene, comunque estremamente basso, inferiore all’1% dei casi. Se poi, si parla di un secondo o terzo figlio, i ricercatori addirittura non hanno rilevato differenze tra il parto in casa e quello in ospedale.

    “Il rischio di un esito negativo per il neonato – ha spiegato il dott. Peter Broklehurst, che ha curato lo studio – è più alto per una donna che pianifica il suo primo parto a casa che in tutte le altre situazioni, ma non c’è alcuna differenza tra una levatrice o un’ostetrica di un’unità ospedaliera. Stando ai dati delle ricerca, circa il 45% delle donne che avevano deciso di partorire a casa sono state poi trasportate in ospedale durante il travaglio, ma non tanto perché esistessero rischi reali per il neonato, quanto per permettere un’iniezione epidurale o per accelerare i tempi di dilatazione.

    Nel Regno Unito l’incidenza di complicazioni legate al parto, inclusa la morte neonatale, è stata pari al 5,3% ogni 1000 bebè nati in ospedale, e al 9,3% ogni 1000 per i nati in casa. Consideriamo, però, che circa il 90% dei parti in GB avviene all’interno di punti nascita ospedalieri. Conclude Broklehurst che: “Nel caso del secondo figlio non è emersa alcuna differenza di rischio”. Sono dati che probabilmente in Italia non sarebbero troppo diversi, e tuttavia sono davvero pochissime le future mamme che valutano l’opzione del parto in caso, pur possedendo tutti i requisiti per poterlo pianificare.

    Dolcetto o scherzetto?