Festa della mamma 2010: poesie per festeggiarla

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    Oggi si festeggia la persona più importante della nostra vita: la mamma. Se non siete riusciti a comprarle un regalo o se ancora non le avete fatto gli auguri, vi diamo in extremis un consiglio per renderla comunque felice. Un bacio e una abbraccio riempiranno il cuore di gioia ad ogni madre ma se volete donarle qualcosa di concreto, perché non dedicarle una poesia da scrivere su un biglietto o su un semplice foglietto di cartoncino? Un ‘idea last minute ma che la vostra mamma apprezzerà sempre moltissimo.

    CIO’ CHE UNA MADRE CANTA di Henry Ward Beecher

    Ciò che una madre canta

    vicino alla sua culla,

    accompagnerà un bimbo

    per tutta la sua vita.

    ‘NA PREDICA DE MAMMA di Cesare Pascarella

    L’amichi? Te spalancheno le braccia

    fin che nun hai bisogno e fin che ci hai;

    ma si, Dio scampi, te ritrovi in guai,

    te sbatteno, fio mio, la porta in faccia.

    Tu sei giovene ancora, e ‘sta vitaccia

    nu’ la conoschi; ma quanno sarai

    più granne, allora te n’accorgerai

    si a ‘sto monno c’è fonno o c’è mollaccia.

    No, fio mio bello, no, nun so’ scemenze

    quer che te dice mamma, ‘sti pensieri

    tiètteli scritti qui, che so’ sentenze;

    che ar monno, a ‘sta Fajola d’assassini,

    lo vòi sapè chi so’ l’amichi veri?

    Lo vòi sapè chi so’? So’ li quatrini.

    LA MADRE di Giuseppe Ungaretti

    E il cuore quando d’un ultimo battito

    avrà fatto cadere il muro d’ombra

    per condurmi, Madre, sino al Signore,

    come una volta mi darai la mano.

    In ginocchio, decisa,

    Sarai una statua davanti all’eterno,

    come già ti vedeva

    quando eri ancora in vita.

    Alzerai tremante le vecchie braccia,

    come quando spirasti

    dicendo: Mio Dio, eccomi.

    E solo quando m’avrà perdonato,

    ti verrà desiderio di guardarmi.

    Ricorderai d’avermi atteso tanto,

    e avrai negli occhi un rapido sospiro.

    LETTERA ALLA MADRE di Salvatore Quasimodo

    Mater dolcissima, ora scendono le nebbie,

    il Naviglio urta confusamente sulle dighe,

    gli alberi si gonfiano d’acqua, bruciano di neve;

    non sono triste nel Nord: non sono in pace con me,

    ma non aspetto perdono da nessuno,

    molti mi devono lacrime da uomo a uomo.

    So che non stai bene, che vivi come tutte le madri dei poeti,

    povera e giusta nella misura d’amore per i figli lontani.

    Oggi sono io che ti scrivo.” – Finalmente, dirai,

    due parole di quel ragazzo che fuggì di notte

    con un mantello corto e alcuni versi in tasca.

    Povero, così pronto di cuore lo uccideranno un giorno in qualche luogo.

    “Certo, ricordo, fu da quel grigio scalo di treni lenti

    che portavano mandorle e arance, alla foce dell’Imera,

    il fiume pieno di gazze, di sale, d’eucalyptus.

    Ma ora ti ringrazio, questo voglio, ell’ironia che hai messo sul mio labbro,

    mite come la tua. Quel sorriso m’ha salvato da pianti e da dolori.

    E non importa se ora ho qualche lacrima per te,

    per tutti quelli che come te aspettano, e non sanno che cosa.

    Ah, gentile morte, non toccare l’orologio in cucina che batte sopra il muro tutta la mia infanzia è passata sullo smalto del suo quadrante,

    su quei fiori dipinti: non toccare le mani, il cuore dei vecchi.

    Ma forse qualcuno risponde? O morte di pietà, morte di pudore.

    Addio, cara, addio, mia dolcissima mater.

    LA MIA SERA di Giovanni Pascoli

    “… Don… don e mi dicono Dormi!

    Mi cantano Dormi! Sussurrano

    Dormi! Bisbigliano Dormi!

    Là, voci di tenebra azzurra…

    Mi sembrano canti di culla,

    che fanno ch’io torni com’era…

    sentivo mia madre… poi nulla

    sul far della sera”