Contro il bullismo in Nuova Zelanda nessuna punizione ma scuse pubbliche alle vittime

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    Bullismo a scuola Nuova Zelanda

    Combattere la piaga del bullismo nelle scuole non è semplice, si tratta di un fenomeno sempre più diffuso, pervasivo e multi sfaccettato, di cui spesso gli insegnanti faticano a rilevare i segnali. Non sempre, infatti, il bullo, i bulli, sono coloro che usano la violenza , che picchiano, che menano le mani contro i compagni più deboli, vittime inermi di una sopraffazione fisica fin troppo facile. Più spesso, specialmente di recente con l’imporsi di strumenti mediatici che favoriscono la diffusione di immagini e di foto in modo immediato, il sopruso si concretizza nella pubblicazione on-line di video degradanti, o di informazioni che hanno lo scopo di mettere alla berlina il soggetto preso di mira.

    Piatteforme in cui il pettegolezzo cattivo (sempre esistito), assume contorni inquietanti e spropositati. Insomma, sono davvero tantissimi in modi in cui il bullismo si può declinare, e arginarli non è facile anche perché bisogna trovare il giusto meccanismo deterrente. Le punizioni, magari la sospensione da scuola, forse non sono sufficienti.

    Così, per lo meno, la pensano in Nuova Zelanda, dove le scuole hanno adottato un sistema diverso per ridurre il fenomeno. Scuse pubbliche alle vittime, e ai loro familiari, questo è il risarcimento morale che i presidi impongono al “carnefice” quando sia stato accertato un caso di bullismo. Si tratta di un metodo ispirato al concetto di “giustizia riparativa”, che nasce negli USA diretta proprio ai soggetti giovani allo scopo di “rieducarli”.

    In pratica, mentre nelle scuole di stampo anglosassone (e quelle della Nuova Zelanda lo sono), in passato episodi di violenza da parte di studenti venivano trattate con punizioni corporali, quando non, addirittura, con la detenzione (entro le mura scolastiche in orario extra), ora si sta passando ad una linea più “morbida”, ma non per questo meno esemplare.

    “Confrontarsi pubblicamente con le proprie responsabilità – spiega Paul Drummond, Presidente della Federazione Nazionale dei Presidi Neozelandesi – è in realtà un’esperienza tutt’altro che facile per chiunque, e in particolar modo per un adolescente. Certo, è un sistema che funziona solo se la scuola vi investe tempo e risorse” . Un cambio di rotta che dovrebbe portare i suoi frutti. Voi, cosa ne pensate? E’ sufficiente chiedere scusa alle proprie “vittime”, o si dovrebbe agire anche sul fronte della valutazione scolastica?