Bambino prelevato a forza dalla polizia: è polemica [VIDEO]

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    Le immagini shock del bambino prelevato a forza dalla polizia mentre si trovava a scuola, trascinato come un animale tra le urla della zia le abbiamo viste tutti, e ci hanno lasciato atterriti e sgomenti. Abbiamo appreso che il provvedimento era stato stabilito dal giudice e messo in atto dalle forze dell’ordine nel modo più brutale che si possa immaginare. Non ci sono scusanti possibili per un trattamento del genere ai danni di un minore, che proprio da quel provvedimento doveva essere tutelato. Era stato stabilito che il piccolo passasse alla tutela paterna, dato che fino a quel momento aveva vissuto con la madre e i suoi parenti che lo avevano letteralmente isolato dal resto della sua famiglia. Un bimbo diviso a metà, due genitori separati che si fanno la guerra, un giudice a dirimere la questione.

    Quante storie abbiamo sentito dello stesso tenore? Quante ne conosciamo, anche vicino a noi? Eppure il video del bimbo di Cittadella (Padova), che lotta e si divincola per sfuggire alle “grinfie” dei poliziotti, mentre questi eseguono l’ordinanza senza battere ciglio, ha fatto indignare l’Italia. Si è chiesto un intervento a livello governativo e le scuse ufficiali del capo della polizia, Manganelli, che sono puntualmente arrivate. “La crudezza delle immagini offusca altri casi in cui i poliziotti si sono comportati in modo corretto e responsabile.

    Il comportamento degli agenti non è sembrato adeguato ad un contesto ambientale difficile e ostile che avrebbe potuto suggerire altre modalità operative”, ha affermato il sottosegretario all’Interno Carlo De Stefano durante un’informativa alla Camera, precisando inoltre che: “La madre del bambino già in altre due circostanze aveva reso impossibile l’esecuzione del provvedimento dei magistrati che prevedeva l’allontanamento del minore dall’ambiente materno. Sul caso è stata disposta un’inchiesta interna e con queste considerazioni non si vuole anticipare alcun giudizio”.

    Ma di fatto, naturalmente, lo si fa. Ognuno di noi è istintivamente portato ad elaborare un proprio giudizio. Si è chiesto a gran voce, lo ha fatto per prima la ministra dell’Interno Annamaria Cancellieri, che si facesse luce sulle responsabilità dei singoli nella vicenda, all’indomani dalla comprensibile prima ondata emotiva. Triste, tristissima vicenda. Abbiamo scoperto che il bimbo si trova presso una Casa Famiglia che lo preparerà al trasferimento definitivo dal padre, un avvocato a cui da anni veniva impedito di vedere il figlio dalla ex moglie. “Gli incontri del bambino con il padre – spiegano i giudici della sezione civile minori della Corte d’Appello di Venezia – sono stati del tutto sospesi per iniziativa della madre dal settembre 2010. Sono ripresi solo l’8 febbraio 2012, in uno spazio neutro a Padova, con l’assistenza di un educatore”.

    Ma il piccolo non è mai stato a casa del padre, durante questo periodo, e non ha avuto nessun contatto con la parte familiare paterna. Monco di una parte? Il Tribunale minorile ha stabilito che la giusta causa per l’allontanamento forzato dalla madre del minore fosse una diagnosi di “sindrome di alienazione genitoriale”, che nei trattati di psichiatria medica pare non esistere, ma che potrebbe essere tradotto, più semplicemente, in un disagio naturale dovuto alla mancanza della figura paterna. Cosa si può commentare di fronte a tutto questo? Che manca il benché minimo buon senso, il giudizio, la sensibilità necessari per aiutare “davvero” un bambino che già vive il trauma della separazione dei genitori? Che sono tutti colpevoli: mamma, papà, giudici, assistenti sociali, polizia? Certo, anche. Ma il problema è a monte. Si chiama egoismo.