Autismo, un aiuto arriva dalle marionette

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    Marionette bimbi autistici

    I bambini affetti da autismo sono incapaci di relazionarsi in modo naturale e corretto col mondo esterno. Questo crea attorno a loro una sorta di barriera invisibile che li relega in un una bolla di isolamento, impedendo loro di avere rapporti e scambi sociali, affettivi e cognitivi normali. Un cortocircuito tra bimbo autistico e realtà circostante che la medicina sta cercando, se non di eliminare, almeno di ridurre. Una dei metodi che si stanno attualmente sperimentanto coinvolge le marionette. Sì, proprio i pupazzi con fattezze umane e corpo mobile, che un burattinaio fa “recitare” attraverso l’uso di fili o infilandoci la mano.

    Per quale magico motivo il gioco delle marionette potrebbe essere utile nello “sbloccare” i bambini affetti da autismo? Perchè la mimica delle marionette, che imita, attraverso espressioni e movimenti, tutta la gamma delle emozioni umane, agisce a livello neuorologico sui bimbi che assistono allo spettacolo, inducendo, in loro, le stesse reazioni emotive.

    Il tutto merito dei “neuroni a specchio“, studiati in modo approfondito dal prof. Vittorio Gallese. Sulla base di questi studi, poi, la ricercatrice Emmanuelle Rossini – docente del Dipartimento sanità della Supsi (Scuola Universitaria professionale della Svizzera italiana) – ha ideato e messo a punto una tecnica che utilizza proprio i pupazzi per aiutare i bimbi autistici ad interpretare correttamente il mondo attorno a loro.

    I neuroni a specchio funzionano in questo modo: quando osserviamo qualcuno che prova una determinata emozione, nel nostro cervello, per “imitazione”, si attivano gli stessi neuroni coinvolti con quel tipo di emozione. Un po’ come quando guardiamo un film strappalacrime e ci sentiamo davvero afflitti come se fossimo noi i protagonisti della pellicola. Spiega la prof.ssa Rossini: “Risultati positivi sono stati osservati anche su bambini con autismo molto piccoli, che non parlano o hanno deficit cognitivi importanti.

    C’è la speranza che anche questi bambini, grazie a un intervento più mirato a livello di cognizione sociale, riescano a integrarsi sempre più”. Lo studio si avvarrà di una collaborazione Italia/Svizzera, con la partecipazione dell’Università di Losanna, della Fondazione A.R.E.S. (Autismo, Ricerca e Sviluppo), del Dipartimento Socialità e Sanità del Canton Ticino, del Servizio di Neuropediatria di Bellinzona, del centro La Nostra Famiglia di Como e del Dipartimento di Psicologia dello Sviluppo dell’Università di Torino.

    Dolcetto o scherzetto?