Asili aperti anche ai figli degli immigrati a Milano: il sì di Pisapia

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    Milano cambia rotta, e apre le porte degli asili comunali ai figli degli immigrati, anche senza domicilio e, quindi, eventualmente irregolari. Si tratta di una decisione assunta dal sindaco Giuliano Pisapia e dal suo Consiglio, che si propone di superare le barriere e i paletti che la precedente giunta di centrodestra, presieduta da Letizia Moratti, aveva imposto. Il nuovo regolamento dice, espressamente, che: “Possono essere iscritti ai servizi all’infanzia del Comune i bambini presenti abitualmente nel Comune di Milano e privi di una residenza anagrafica”, ovverosia, come sottolinea l’attuale vicesindaco Maria Grazia Guida: “La nostra è un’apertura incondizionata, prima invece le iscrizioni degli irregolari venivano accolte ma con riserva”.

    Un’apertura che di fatto annulla qualunque differenza tra i bambini, concedendo pari diritti (nella fattispecie, di rientrare nella graduatoria per l’assegnazione dei posti negli asili, sempre troppo pochi per le tante richieste) anche ai figli degli immigrati irregolari (eventualmente clandestini, forse, chissà), che come potete facilmente immaginare sta già suscitando molte perplessità. Soprattutto perché, come spiega l’ex assessore Mariolina Moioli, di fatto non è che le cose cambino di molto.

    Infatti quando una circolare prodotta dalla giunta Moratti stabilì che i bimbi figli di immigrati senza il permesso di soggiorno non potevano essere inseriti nella graduatorie, l’ex ministro dell’Istruzione Fioroni (PD) bloccò la normativa in quanto discriminatoria, e impose l’obbligo di modificare la dicitura da “residenza anagrafica” in “abituale dimora”.

    In buona sostanza, quindi, sempre secondo la Moioli: “La verità è che quelle famiglie restano in coda perché nelle graduatorie senza residenza anagrafica avranno punteggi bassi”. Il problema degli asili comunali è sempre, però, lo stesso, sono troppo pochi per le richieste, ed è per questo motivo, soprattutto, che aprire ulteriormente la possibilità di accesso anche agli immigrati irregolari, e dunque ai clandestini, pone tante riserve.

    Certamente dal punto di vista morale è un grande passo per l’integrazione, che soprattutto se conseguita durante la prima infanzia getta le basi per creare una società più aperta, una società migliore sotto tutti i punti di vista. Però a tanta buona volontà dovrebbero seguire anche delle modifiche dal punto di vista pratico, per non penalizzare, alla fine, proprio chi si vorrebbe aiutare ad integrare.

    Combattere la clandestinità è, perciò, indispensabile per permettere una integrazione su basi paritarie, in primo luogo per far sì che le nuove generazioni che nascono o crescono nel nostro Paese ma siano di origine extracomunitaria, possano godere “davvero” e pienamente alla luce del sole, degli stessi diritti di cui godono i bambini italiani.

    Dolcetto o scherzetto?